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Bollettino Il Ponte
 Bollettino "Il Ponte"

L'archivio liberamente sfogliabile e scaricabile del bollettino parrocchiale "Il Ponte".

 
Riportiamo alcuni passaggi di una riflessione sulla vita consacrata, scritta da suor Silvia Benedetta della Casa della Carità in occasione della sua Professione perpetua.
 

La consacrazione ci richiama al fatto che il desiderio di rendere sacra, cioè consacrare, la propria vita è insito nell’uomo e nella donna: la nostra vita, solo umana, non ci basta.
Forse però il riflettere sulla consacrazione ci fa pensare a pochi prescelti che innalzano di qualche gradino la loro vita o a qualcuno che supera se stesso in un atto eroico di rinuncia e abnegazione.
Penso però che osservando come Dio si è mosso per entrare nella nostra storia e renderla sacra, ci possa aiutare a rintracciare una via “chiara” per capire anche quale deve essere il nostro percorso, cosa voglia dire per noi consacrarci.Foto di suor Silvia Benedetta
Per rendere sacra la nostra umanità, Dio si è fatto uomo, ha immesso il divino nella precarietà della nostra esistenza umana, ha fatto suo il nostro modo di soffrire, di gioire, di sentire. Ha tenuto dentro di sé e ha “compatito” le nostre sofferenze, le nostre rabbie, la nostra delusione davanti alle sconfitte e ai limiti della nostra natura.
Mi sembra quindi che render sacra la nostra esistenza voglia dire rimanere a livello di Dio, rimanere al livello della nostra fragilità umana, del corpo e dello spirito, rimanere al livello della fragilità delle nostre relazioni che portano in sé il desiderio della pienezza ma continuamente si incrinano.
Ciò ch mi chiede Dio è di essere fino in fondo quello che sono, cioè creatura amata da Dio, amata proprio con tutti i suoi limiti, i suoi errori e le sue potenzialità.
È vero che la consacrazione è una consegna della nostra vita al Signore e ai fratelli, ma penso che sia una consegna perché la nostra vita ci venga riconsegnata nella sua verità: Dio ci riconsegna a noi stessi liberati, non attraverso uno sforzo nostro, ma attraverso un’alleanza. Consacrazione vuol dire lasciare emergere la nostra povertà perché è lì che Dio ha trovato il suo angolo più comodo.
Lì lui si trova a proprio agio e solo lì lo possiamo incontrare e lasciare che la nostra vita diventi sacra, storia di salvezza per noi e magari anche per altri.

 

2010 - Centenario di don Mario Prandi

“Don Mario Prandi aveva il carisma del leader, fin da quando da ragazzo guidava la banda di Porta Castello contro le bande rivali della città di Reggio Emilia. Anche da prete era così: non sapeva star fermo. Lo muoveva non un attivismo fine a se stesso, ma la certezza che davanti ai poveri non si può stare a guardare. Per lui aiutare un povero era aiutare Cristo. Anzi era Cristo che si faceva aiutare da lui. Incredibile! Così incredibile da far nascere le Case della Carità, una storia che, nata nel 1941 in un paese dell’Appennino reggiano, Fontanaluccia, negli anni ha varcato l’Oceano. Un’esperienza profetica che può aiutare la Chiesa di oggi a rimettere Cristo al centro di ogni sua azione.”
Queste note sono tratte da un libretto prezioso, scritto da Gaia Carrao, che ripercorre le tappe principali dell’avventura umana di don Mario Prandi, fondatore delle Case della Carità, di cui ricorre quest’anno il centenario della nascita. Per la grande famiglia delle Case è un anno importante, un tempo favorevole per riscoprire l’opera di Dio attraverso l’opera di don Mario, per capire che Dio ha fatto cose grandi, per ringraziarlo di averci fatto ‘inciampare’ in queste cose, per lasciare che la nostra vita ne sia trasformata.
E sono davvero cose grandi quelle che Dio ha fatto attraverso la vita di questo suo servo appassionato, esuberante, a volte irruente, certamente alternativo, ma dal cui cuore grande “è partita una corrente di carità che si è diffusa da Reggio Emilia in Italia, Madagascar, India e Brasile”.
Alla sorgente di questo fiume c’è l’esperienza di quella prima Casa della Carità che, contro ogni logica e praticamente senza mezzi, don Mario volle aprire a Fontanaluccia, un paesino di montagna del Comune di Frassinoro, che nel 1938 era stato affidato alle sue cure di parroco.
Foto casa di Fontanaluccia La ‘casa’ era un vecchio edificio rurale, ristrutturatoalla meglio. Quando fu inaugurata, il 28 settembre 1941, di pronto c’erano solo i ‘poveri’, i primi ‘ospiti’, affetti da gravi infermità fisiche o mentali. Ma durante la Messa “ ... don Mario spiegò cosa stava cominciando quel giorno. La chiesa era stracolma di gente e molti piangevano. Dopo la Messa fu portata in processione la statua di Santa Lucia e l’opera venne messa sotto la sua protezione. Si sarebbe chiamato “Ospizio Santa Lucia”. Quel giorno fu tutto un via vai di gente, tanto che la sera, contrariamente alle previsioni, fu possibile trattenere tutti gli ospiti perché ormai non mancava più nulla”. Nasceva così la prima delle Case della Carità che nei sogni di don Mario avrebbero dovuto essere numerose come i grani di un Rosario d’amore di cui l’ospizio di Fontanaluccia sarebbe stato il “chiodo” capace di sorreggere tutta la corona. Oggi le Case della Carità sono 48 e là dove sono sorte sono diventate palestre di Carità e terreno fertile di vocazioni. Ma se quel seme gettato in tempi di guerra e di povertà hapotuto dare tanto frutto e attecchire anche in terre lontane di missione è perché nel cuore di quel seme c’era un pensiero ‘forte’, capace di dare un volto nuovo alla Carità. “ Il povero è Cristo - scriveva - quanto più bisognoso e sofferente, tanto più Cristo”. E poiché servire il povero è servire Cristo, bisognava mettere i poveri al centro della vita della parrocchia. Don Mario ne era assolutamente convinto: era la parrocchia che, riconoscendosi Chiesa e rispondendo alla sua vera vocazione, doveva prendersi cura delle sue membra più deboli ma immensamente preziose. Sorretto da questa convinzione don Mario è stato capace di mettere in gioco tutto e ha seminato le sue Case nelle parrocchie della sua terra e del mondo senza mai arrendersi di fronte alle fatiche e alle difficoltà, fidandosi del Signore e della sua promessa.
foto di don Mario Prandi
Fino alla fine, avvenuta dopo un ultimo viaggio in India e nel Madagascar, il 10 ottobre 1986. La bella fotografia stampata sul manifesto del centenario lo ritrae sulla battigia di una spiaggia deserta, davanti alla distesa luminosa di un mare che ha la vastità dell’oceano. È un’immagine per certi versi emblematica, perché don Mario apparteneva alla schiera di quegli uomini che la fede spinge a guardare lontano e a vedere l’invisibile oltre l’orizzonte. Tocca ora a noi custodire la sua eredità e renderla viva e operante anche nel territorio della nostra parrocchia che, grazie alla generosità di don Giuseppe Nozzi, ha il privilegio di custodire il tesoro prezioso di una Casa della Carità.

Lettera dalla Casa della Carità

 

 

Deo gratias!                                                                            TEMPO DI PASQUA 5 maggio 2013

 

Signore grazie, perché il Tempo di Pasqua è così lungo: questo alimenta la nostra speranza, sostiene i nostri cuori appesantiti dal limite e …ci dà il tempo di condividere (senza sentirci troppo fuori) i nostri vissuti quaresimali, pasquali in attesa dello Spirito Santo. “MANDA IL TUO SPIRITO, SONO CREATI E RINNOVI LA FACCIA DELLA TERRA”.

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